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Lavorare da remoto senza isolarsi: cosa cambia davvero

Il problema non è la quantità di contatto, è la sua qualità. Si possono passare sei ore in videochiamata e non aver parlato con nessuno.

Il lavoro da remoto ha risolto problemi reali: tempo di spostamento, flessibilità, possibilità di conciliare impegni che prima erano incompatibili. Ne ha anche introdotti altri, e il più discusso è l’isolamento.

La discussione però è spesso mal impostata, perché confonde la quantità di interazione con la sua qualità.

Cosa si perde, di preciso

Quello che sparisce nel lavoro a distanza non sono le riunioni: quelle anzi tendono ad aumentare. Spariscono le conversazioni non programmate, quelle di trenta secondi davanti alla macchina del caffè o mentre si torna insieme verso la scrivania.

Sono interazioni che sembrano irrilevanti e che svolgono due funzioni precise: fanno circolare informazioni che nessuno metterebbe in una mail, e segnalano agli altri come stiamo. La seconda è quella che manca di più: da remoto una persona può stare male per settimane senza che nessuno se ne accorga.

La riunione non sostituisce la conversazione

Una videochiamata ha un ordine del giorno, un tempo definito e un turno di parola. È efficiente e non è un contesto in cui qualcuno dica che sta attraversando un periodo difficile.

È per questo che riempire l’agenda di riunioni non risolve l’isolamento, e spesso lo peggiora: aggiunge affaticamento senza aggiungere contatto reale.

La confusione fra spazi

Lavorare dove si vive cancella i confini che regolavano il recupero. Senza lo spostamento, che funzionava come transizione, la giornata lavorativa tende a espandersi fino a occupare tutto.

Le contromisure sono banali e per questo vengono scartate, ma funzionano: un orario di chiusura rispettato, uno spazio fisico dedicato quando è possibile, e una routine che segni la fine della giornata anche in assenza di tragitto.

Cosa può fare l’azienda

Le misure che funzionano hanno in comune il fatto di creare occasioni di contatto non finalizzate a un risultato.

  • Momenti ricorrenti senza ordine del giorno, brevi e facoltativi
  • Colloqui individuali regolari che non siano solo revisione di avanzamento
  • Regole esplicite sugli orari di reperibilità, applicate anche dai responsabili
  • Occasioni in presenza distribuite nell’anno, non una sola volta
  • Un servizio di supporto raggiungibile senza passare dall’azienda

Quando l’isolamento diventa un problema clinico

Il confine da tenere d’occhio è quello fra una preferenza e un evitamento. Preferire lavorare da soli è legittimo. Iniziare a evitare le occasioni in presenza, tenere la telecamera spenta per non farsi vedere, provare ansia all’idea di tornare in ufficio sono segnali diversi.

Se durano da settimane e stanno riducendo la vita sociale anche fuori dal lavoro, vale la pena parlarne con un professionista prima che il perimetro si allarghi ulteriormente.

Revisione clinica a cura diDott.ssa Francesca della Chiesa, Psicologa Psicoterapeuta

I contenuti hanno finalità informativa e non sostituiscono una consulenza con un professionista.