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Mobbing: cosa significa davvero e cosa non lo è

Non è un capo antipatico né una valutazione negativa. Gli elementi che lo definiscono sono la sistematicità, la durata e l’intento.

Il termine mobbing è entrato nel linguaggio comune e viene usato per indicare qualunque situazione lavorativa sgradevole. Questo uso estensivo ha un costo concreto: rende più difficile farsi prendere sul serio a chi sta vivendo la cosa vera.

Vale quindi la pena essere precisi su cosa lo caratterizza, tenendo presente che la qualificazione giuridica spetta a un avvocato e quella clinica a un professionista della salute mentale.

Gli elementi che lo caratterizzano

Nella letteratura e nella giurisprudenza ricorrono alcuni elementi. Non è la gravità del singolo episodio a definirlo: è la loro struttura nel tempo.

  • Sistematicità: una serie di condotte, non un episodio isolato
  • Durata: un arco di tempo prolungato, non una settimana difficile
  • Direzionalità: le condotte sono rivolte a una persona specifica
  • Intento persecutorio o emarginante, desumibile dall’insieme
  • Effetto lesivo sulla salute o sulla professionalità

Cosa non è mobbing

Un responsabile esigente non è mobbing. Una valutazione negativa motivata non è mobbing. Un conflitto acceso fra due colleghi non è mobbing. Una riorganizzazione che cambia mansioni a molte persone non è mobbing.

Questo non significa che quelle situazioni non facciano stare male o che non vadano affrontate: significa che hanno nomi diversi e strumenti diversi, e che chiamarle tutte allo stesso modo porta la persona a cercare la risposta sbagliata.

Le forme più frequenti

Le condotte descritte in letteratura sono spesso meno vistose di quanto ci si aspetti, ed è parte del problema: singolarmente sembrano tutte spiegabili.

  • Svuotamento progressivo delle mansioni, fino all’inattività forzata
  • Assegnazione sistematica di compiti al di sotto o al di sopra delle competenze
  • Esclusione da comunicazioni, riunioni e flussi informativi
  • Critiche costanti e pubbliche, sproporzionate rispetto ai fatti
  • Isolamento fisico o organizzativo rispetto al gruppo
  • Controllo di intensità anomala rispetto a quello esercitato su altri

Cosa fare, in ordine

La sequenza conta, perché alcune cose diventano impossibili se non fatte per tempo.

  • Documentare: date, fatti, persone presenti, comunicazioni scritte
  • Non isolarsi: l’isolamento è l’effetto cercato, ed è quello che fa più danno
  • Parlare con un professionista della salute mentale per l’impatto personale
  • Parlare con un avvocato o con il sindacato per il piano legale
  • Verificare se esiste un canale interno di segnalazione e come funziona

Perché servono due professionisti diversi

Uno psicologo non stabilisce se ci sono gli estremi del mobbing: si occupa dell’impatto su di voi, che esiste e va trattato indipendentemente da come finirà la questione legale.

Un avvocato non si occupa dell’ansia e dell’insonnia che la situazione sta producendo. Cercare in uno dei due la risposta che spetta all’altro è un modo comune di perdere mesi.

Revisione clinica a cura diDott.ssa Francesca della Chiesa, Psicologa Psicoterapeuta

I contenuti hanno finalità informativa e non sostituiscono una consulenza con un professionista.