Workaholism: quando il lavoro smette di essere una scelta
È l’unica dipendenza che in azienda viene lodata. Ed è anche la ragione per cui chi ne soffre la riconosce sempre troppo tardi.
Il workaholism descrive una relazione compulsiva con il lavoro: un’attivazione che la persona non riesce a interrompere, accompagnata da malessere quando è costretta a fermarsi.
La difficoltà nel riconoscerlo è che tutti i comportamenti che lo compongono, presi singolarmente, sono comportamenti che le organizzazioni premiano.
Non è sinonimo di lavorare molto
Una persona molto impegnata in un progetto che le interessa può lavorare moltissimo e riposare bene quando si ferma. La differenza non sta nelle ore, sta in due elementi: il controllo e il costo.
Il controllo è la capacità di smettere quando si decide di smettere. Il costo è cosa succede quando non si lavora: se fermarsi produce irrequietezza, senso di colpa o ansia, il lavoro sta svolgendo una funzione regolativa che non dovrebbe svolgere.
I segnali
Sono riconoscibili, ma richiedono di guardare cosa succede nelle pause, non durante il lavoro.
- Difficoltà a rilassarsi nei giorni liberi, con irritabilità crescente
- Controllo compulsivo delle comunicazioni anche in contesti privati
- Rinvio sistematico di ferie, visite mediche, impegni personali
- Aumento progressivo delle ore necessarie per sentirsi a posto
- Relazioni personali che si assottigliano senza che sia stata una scelta
- Reazione difensiva quando qualcuno lo fa notare
Perché l’organizzazione lo alimenta
Un’azienda che risponde alle mail notturne, che considera la reperibilità una virtù e che assegna i progetti migliori a chi si rende più disponibile sta selezionando attivamente questo comportamento.
Il paradosso è che la produttività di una persona in questa condizione cala nel tempo: aumentano errori e decisioni affrettate, e diminuisce la capacità di pensare oltre l’operativo. L’organizzazione premia una modalità che le costa.
Cosa fare
A livello individuale, il primo passo utile è introdurre confini verificabili invece che buone intenzioni: un orario di chiusura, un giorno senza dispositivi di lavoro, e l’osservazione onesta di cosa succede quando ci si ferma.
Se fermarsi genera ansia significativa, è un tema da portare a un professionista. Il lavoro compulsivo è spesso in funzione di qualcos’altro, e su quel qualcos’altro non si interviene da soli.