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Sportello di ascolto psicologico in azienda: come funziona e quando serve davvero

È il servizio più richiesto e il più spesso inutilizzato. Il problema non è quasi mai la qualità dei professionisti: è che nessuno si sente autorizzato a prenotare.

Lo sportello di ascolto psicologico è la misura di benessere organizzativo più diffusa e, allo stesso tempo, quella con i tassi di utilizzo più deludenti. Capita regolarmente di trovare servizi attivi da un anno con una manciata di prenotazioni complessive.

Quando accade, la spiegazione più comune che si sente in azienda è che “le persone non ne hanno bisogno”. È quasi sempre falsa, e i dati di assenza della stessa azienda di solito lo dimostrano.

Cos’è, in concreto

Uno sportello di ascolto è un servizio che mette a disposizione dei dipendenti un numero definito di colloqui con uno psicologo, a carico dell’azienda e senza che l’azienda sappia chi li utilizza. Può essere erogato in presenza, da remoto o in modalità mista.

Non è psicoterapia. È un intervento breve, orientato a mettere a fuoco un problema e a decidere cosa farne: a volte bastano i colloqui inclusi, altre volte il risultato è l’indicazione di un percorso più lungo che la persona proseguirà per conto suo.

Il primo errore: renderlo visibile

Uno sportello con prenotazione tramite l’ufficio HR, o con una stanza dedicata in sede, è uno sportello che chiede alla persona di dichiarare pubblicamente di avere un problema. In un’organizzazione dove il disagio psicologico è ancora letto come fragilità, quella richiesta è sufficiente a bloccare quasi tutti.

La prenotazione deve essere diretta, dalla persona al professionista, senza intermediari interni e senza che nessuno in azienda veda un nome, un orario o un calendario. È una condizione tecnica, non una cortesia.

Il secondo errore: attivarlo e basta

Un servizio annunciato con una mail e poi lasciato a sé stesso viene dimenticato in tre settimane. Le persone non tengono a mente un beneficio che non hanno ancora avuto motivo di usare, e quando il motivo arriva non si ricordano che esiste.

I servizi che funzionano sono quelli comunicati con continuità e in contesti diversi: al momento dell’attivazione, nei colloqui di ingresso dei nuovi assunti, nei momenti di cambiamento organizzativo, e a intervalli regolari con contenuti che parlino del tema invece che del servizio.

Quante consulenze includere

Tre colloqui a persona è il minimo sotto il quale il servizio smette di avere senso clinico: il primo serve a capire cosa sta succedendo, e chiudere lì significa aprire un tema e lasciarlo aperto.

Sopra quel minimo, il numero giusto dipende da cosa vi aspettate che emerga. Un’azienda che esce da una riorganizzazione, che lavora su turni notturni o che ha avuto un evento critico ha bisogno di una copertura diversa da un’azienda che sta attivando il servizio in via preventiva.

Cosa vede l’azienda

La risposta corretta è: quante persone hanno attivato il servizio, quante consulenze sono state erogate e su quali aree tematiche si concentra la domanda. Nient’altro.

Nessun nome, nessun dato riconducibile a una persona, nessuna eccezione su richiesta della direzione. La riservatezza è garantita dal consenso informato firmato all’inizio e dagli obblighi deontologici a cui ogni psicologo iscritto all’Albo è tenuto: non è una policy interna che qualcuno può decidere di derogare.

Revisione clinica a cura diDott.ssa Francesca della Chiesa, Psicologa Psicoterapeuta

I contenuti hanno finalità informativa e non sostituiscono una consulenza con un professionista.